In Gowisi partiamo da qui: la qualità della strategia dipende dalla qualità delle domande. Sembra una frase di buon senso, ma in pratica fa la differenza tra riempire slide di risposte preconfezionate e progettare davvero un Modello di Marketing che unisca con un potente filo rosso identità, brand, scelte operative e risultati. Il nostro approccio nasce proprio per questo: mettere le persone al centro, facilitare conversazioni di valore e far emergere un modello condiviso, chiaro e attuabile.
Quando avviamo un progetto chiediamo spesso: «Qual è la domanda che, se trovasse risposta domani, cambierebbe la vostra attività?». È un modo semplice per spostare lo sguardo dal “che cosa facciamo” al “perché e per chi lo facciamo”, e per scegliere l’esperimento più piccolo che possa generare apprendimento veloce e ridurre i rischi. Questo è il cuore del BDM: quattro fasi iterative, molta facilitazione, e domande che tengono il filo tra purpose, posizionamento e attivazione.
D’altronde, l’interesse per Le domande giuste suscita sempre più attenzione anche per numerose università che, codificando i metodi dell’innovazione ci ricordano che le domande sono strumenti di progettazione. Alla Stanford University, per esempio, i famosi “How Might We…?” servono per trasformare un problema in una provocazione generativa che apre possibilità, anziché chiuderle: “come potremmo amplificare il bene?”, “esplorare l’opposto?”, “portarlo all’estremo?”. Non è un esercizio retorico: è una grammatica che orienta l’azione. Un po’ come quando da bambini si giocava a “se fossi un (animale, fiore, personaggio famoso).. Spostare la mente dal qui e ora e rendere possibile l’assurdo, permette di aprire nuove vie all’immaginazione, che in ambito business significa immaginazione di nuovi scenari e nuovi modelli di marketing, che, se aderenti alla strategia generano risultati inaspettati.
Anche al MIT hanno osservato che un breve “question burst”—pochi minuti in cui il team pone solo domande, senza discutere le risposte—cambia la qualità del pensiero: emergono angoli ciechi, cresce l’energia, si sbloccano idee che prima non vedevamo. In questo contesto l’output non è la risposta finale, ma una mappa di possibilità condivise da cui partire con più lucidità.
Come usiamo le domande in Gowisi?
Siamo fermamente convinti che non esistano risposte sbagliate. Da qui partiamo sempre, che si tratti di strategia o formazione. La facilitazione è, infatti, il nostro telaio di lavoro. Nei workshop, le domande giuste fanno emergere conoscenza tacita, allineano prospettive e trasformano l’energia del gruppo in un disegno coerente. Per favorire questo movimento usiamo anche metodologie come LEGO® SERIOUS PLAY®: ogni persona costruisce un modello 3D che rappresenta un’idea o una realtà del business e lo racconta al gruppo. Il linguaggio diventa concreto e inclusivo; tutti hanno lo stesso tempo per costruire e portare il proprio pezzo. In questo contesto le risposte non si giudicano “giuste o sbagliate” in partenza: si esplorano, si collegano, si integrano in una visione più ricca, e solo dopo si converte in decisioni.
L’altra ragione per cui insistiamo sulle domande è che aprono immaginazione e scenari. Quando chiediamo “come potremmo capovolgere l’esperienza dal punto di vista del cliente più scettico?”, il team non sta scegliendo una tattica: sta esplorando un modello di marketing possibile—canali, promesse, prove, metriche—che magari non era sul tavolo. È in questa esplorazione che lo scopo dell’azienda smette di essere una frase sul muro e diventa una bussola per le scelte quotidiane. Anche la ricerca sui CEO rileva che lo scopo funziona davvero quando guida decisioni, allinea cultura e attiva il brand, altrimenti rimane un esercizio di comunicazione.
E nel quotidiano? Ci alleniamo come team a fare buone domande prima di dare buone risposte: cinque minuti di sole domande, una volta alla settimana, possono cambiare la qualità delle decisioni per tutto l’anno.

